Mezzo chilo di carciofi e un papa buono


Sacro e profano si miscelano sapientemente sotto gli occhi di un pubblico in ovazione. Una coppia accanto a me, intrecciata come una brioche di panificio, canta versi a squarcia gola volteggiando, in rima, illuminata di viola dai raggi di un sagomatore da palco. Donatello ha perso i capelli, e ve lo dice uno che di capelli se ne intende. Ha una piccola matassa ingelatinata, una sorta di retina metallica da lavandino, che parte a pochi passi dalla nuca, e presto la raggiungerà. Una sua gigantografia campeggia su fondo verde acido, con sguardo appassionato, vitreo, un latin lover pronto a colpire la sua preda.

Ma alla destra del figlio, si staglia il mega poster del padre. Un’icona indiscutibile, quasi a ricordare l’Ayatollah Khomeini ai bordi delle strade iraniane. Sorriso sornione e un dito puntato verso l’osservatore. Lo Zio Sam di Boscoreale indica la retta via col berretto da paninaro.

“Volete il gelatino?”

Non perde tempo, l’amico “Jo”, e passa subito alle proposte indecenti. La band lo segue con fervore e senza indugio parte la sua hit più pruriginosa ricca di metafore. Il pubblico è caldo come i grandi appuntamenti grunge della Seattle anni ’90, ma a Castelvenere hanno le Converse ai piedi e l’Aglianico in mano. Jo Donatello scandisce le parole con sapienza, ma le smorfie di sofferenza sono tutte lì sul volto. È dura essere figlio di una star. Come un Cristiano De Andrè tenta di diffondere i suoi versi, ma sul finale si vede costretto a dare in pasto al pubblico le intuizioni sonore del papà, il grande Luigi. Ma ecco la dura verità, spiattellata al pelato, o “pelando”, Donatello. Il surrogato non è abbastanza. Il popolo vuole il padre, non sta più nella pelle e ne scandisce il nome in un coro da stadio: “G i g i o n e”.

Il figlio Donatello, con viso da Gioconda, fa qualche passo indietro, si eclissa dietro un paravento ed ecco spuntare la visiera più famosa delle vecchie tv a tubo catodico, dopo il numero 10 del telecomando. Parte aggressivo e intona subito parole note. Una donna di campagna intenta a lavorare, ogni strofa suggerisce di ammirarne le sue grazie, in barba a qualsiasi questione sessista. Un sabato del villaggio più asciutto, diretto, una donzelletta che vien dalla campagna dedita all’amore, e uno sguardo canterino sinceramente appassionato. Un leopardiano canto che lascia immaginare un sognante Luigi alla scrivania, con occhi rivolti verso l’alto, alla ricerca dell’ispirazione.

Gigi One. Un inconsapevole numero uno, già agli albori, quando decise di ingigantire il suo Luigi imprimendolo su una wall of fame senza se e senza ma. Eppure un “ma” ci sarebbe. Ecco spuntare uno spettatore, assetato anche lui di fama. Si arrampica spavaldo sul palco e senza colpo ferire si lancia in una danza mirabile, rivelerà solo dopo il suo nome: Alberto. Un Billy Elliot un po’ attempato. Gigione lo guarda in cagnesco perchè cosciente del suo valore, un potenziale pericolo per il suo meritato protagonismo. Ma non c’è nulla da fare, il biondo caschetto di Alberto svolazza, le sue mani avvitano lampadine immaginarie e il mito Luigione, purtroppo, non è così lungimirante da capire che il destino gli ha portato accanto il suo Mauro Repetto. Sul finire delle danze, il molleggiato sannita si vede costretto a lasciare il palco dopo perentorie intimidazioni a microfoni aperti, e ancora caldo fa un balzo e scompare dalla scena come i grandi camei hollywoodiani.

Gigione va oltre e non tarda a distendere il clima con la celeberrima “mossa di zio Nicola”, una sorta di fulmineo movimento del bacino sincronizzato con un altrettanto rapido stacco della band. Frazioni di secondo che ricordano la famosa “mossa” della Loren, snaturandone il suo movimento ondulatorio e asciugandolo in un ben più riconoscibile colpo verso l’alto. Dal bordo del palco spunta, quindi, un piccolo ometto dagli occhi innocenti, silenzioso e guardingo. Si arrampica sulla scena aiutato dal cantante, sotto gli occhi di un orgoglioso padre. In pieno loop da stacchetti, alla destra di Luigi, si vede costretto a imitarne le gesta, quasi un rito di iniziazione propedeutico alla vita. Il guru zio Nicola colpisce ancora ed è subito adolescenza.

“Gigione vi manda un bacio!” – Eccolo quindi lanciare perle d’amore, facendo partire una mano dalla bocca e gettando saette con il palmo verso tutta la piazza, a più riprese.

L’aria è densa, in un angolo c’è una disputa tra un padre e l’uomo dello zucchero filato. Pare che il prezzo di 2,50 euro non sia giusificabile per un costo così basso della materia prima. Intanto il berretto di Boscoreale ha appena terminato il suo pezzo forte, tessendo le lodi del carciofo, non proprio come benefico ortaggio, ma lasciando intendere metafore legate all’universo genitale. Un genio che indossa doppi sensi come vecchie pantofole e comodamente si lascia andare. Ma al termine del grande omaggio ortofrutticolo si passa immediatamente alla spiritualità. Gigione è feroce, avanguardista, spiazza il pubblico cambiando registro. Non c’è tempo di abituarsi alle spinose questioni carciofesche che il Maestro grida a tutti il suo amore per il pontefice. Lasciando intendere personali doti da talent scout, confessa al pubblico che, in verità, aveva capito sin da subito che affacciato a quel balcone c’era un uomo buono.

Applauso di rito a Bergoglio, la band si lascia andare sulle note di una struggente ballade:

“Sei venuto da tanto lontano, per portare la pace tra noi… caro Papa Francesco rimani per sempre con noi”.

La piazza ondeggia e si tinge di blu. Accendini, abbracci, luci soffuse. Fumi e profumi di salsiccia e carciofi.

Donatello, ti sono vicino, ma voglio darti anche io un consiglio, in tema di frutta e ortaggi. Fatti il melone.

Mezzo chilo di carciofi e un papa buono

Tra duemila anni, girare a sinistra. Ricalcolo.

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“Look right – Look left”. Scritta bianca su asfalto nero. Dissolvenza. Se punti la testa versa Nord e volgi lo sguardo verso destra, ti ritrovi l’Europa intera. I londinesi sembrano mimare il gesto del “no” con il capo, un eterno loop prima di raggiungere l’altra sponda a semafori spenti. Una confusione di ideali in un’enorme tazza di porridge delle indicazioni. Nemmeno la Svizzera, regina della neutralità, avrebbe osato tanto. Guardare a sinistra per il cambiamento progressista ma con un occhio a destra, conservatore e vittoriano. Bus rossi, lenti, old fashioned e radical chic, ma spaziosi e confortevoli. Due piani identici, come le architetture socialiste, accolgono tutti sullo stesso livello. Tutti uguali, e chi è in difficoltà ha il posto a sedere in prima fila. Il comunismo dei trasporti tiene la sinistra ma c’è chi supera a destra: il Cab nero! Autista rintanato in una trappola con il volante in pelle umana e un soggiorno per due sul maxi sedile posteriore. Privilegiare pochi, con una destinazione certa, senza fermate intermedie, a caro prezzo. Un piede nel Parlamento, l’altro nella monarchia. Il Regno Unito veste elegante, fiero, con l’eskimo grigio antracite e la corona in testa.

“E con questo concludo la mia relazione, da domani tutti a sinistra!”

“Non se ne parla. Siamo sempre stati a destra, chi glielo dice alla Regina? I comunisti mangeranno i nostri figli… mi oppongo!”

“E invece sì! Costringerò tutti a stare sulla sinistra, a piedi, in auto, in bici, con gli sci! Ma in realtà stiamo andando a destra…”

“Sei impazzito! E che facciamo, chiamiamo i costruttori di auto e gli facciamo fare volanti a destra? Magari, poi, agli angoli delle strade dobbiamo avvertire i pedoni che devono guardare dal lato giusto! E poi dovremmo fare le rotonde al contrario, superare a destra, inserire marce con la sinistra, salutare ricordandoci di tenere la destra al riposo… vorrai mica rendere mancina l’Inghilterra?!”

“Sì! Il mondo è mio!”. – sguardo allucinato e perso nel vuoto in crisi da barbiturici –

Ormai è tardi. Troppo tardi. I secoli trascorrono, ma quell’uomo con la bombetta e l’ombrello costringe, ancora oggi, uomini in pettorine fluorescenti a riscrivere la storia sui marciapiedi e agli angoli delle strade. Litri di vernice bianca a indicare la provenienza dei veicoli. Pedoni smarriti non guardano più le auto, ma l’asfalto. Tom Tom spray ai lati della carreggiata per ricordare a tutti quanto possa essere vicina la morte per investimento. Semafori, incroci, attraversamenti, pensiline del bus, all’ingresso di un pub, alla toilette. Sulle scale mobili campeggia la scritta “Keep right”. Ma come, la destra?! Sì, sulle scale vogliono che tu stia a destra, ma appena l’ultimo scalino metallico sta per scomparire nel rullo devi fiondarti di nuovo sulla sinistra con passo felpato: “Keep left!” Vorrei sedermi alla fine delle scale mobili con una scodella di pop corn per godermi lo spettacolo. “Sorry”, “I’m sorry”, “It’s ok”, “Thanks”, “Cheers”, piroette e inchini nel valzer delle indicazioni. Prima di valicare qualsiasi ambiente, esterno o interno, privato o pubblico, Londra vi indicherà dove guardare, sostanzialmente a destra e sinistra. Democrazia Cristiana acerbo pivello di fronte a tale ambiguità. L’Homo Britannicus, oggi, guarda di nuovo a destra, mentre la Scozia vuole staccare gli ormeggi per andare dove gli pare. Insomma si cammina a zig zag, mentre in Italia si va in fondo a destra. Intanto milioni di persone con gli occhi puntati su uno schermo a righe e curve, ipnotizzati da un pallino con triangolino blu, roteano a destra e a sinistra, come in una danza Sufi, per capire dove dirigersi. Google Maps un po’ stella cometa un po’ “gioca jouer”.

In UK, ogni giorno, muore un vigile urbano, consumato dallo strabismo. La destra è al potere tenendo la sinistra. La regina è nuda e anche io non mi sento tanto bene. Qui da Londra è tutto.

Tra duemila anni, girare a sinistra. Ricalcolo.

Come in cielo, così in terra

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Una fila lunga, interminabile, silenziosa e bisbigliante. Piccoli passi, lo strisciare felpato delle rotelle sulla lercia moquette grigia e il tonfo di squallide vaschette in plastica su nastri trasportatori. Si procede verso l’esame di coscienza, anime dannate. Ciascuno dovrà espiare le proprie colpe ed esibire gli oggetti del peccato per proseguire il cammino. Guardiani scuri e torvi in volto hanno gli occhi per ognuno di loro, trafiggendo gli sguardi come metal detector. Un uomo si spoglia, tira via la cintura e mostra una fibbia anni ’80 placcata in oro zecchino con un cowboy intarsiato. Poco dietro una donna alta, mora, con un lungo cappotto blu, mette via le sue scarpe, alza le mani in alto e varca la soglia con i piedi imbustati come mezzo chilo di melanzane. Un bambino mostra a un uomo nero il suo dentificio alla fragola mentre sua madre si vede costretta a vuotare le tasche in una vaschetta. Dieci mini bottiglie di grappa mostrano a tutti il suo galoppante alcolismo. Un ragazzo con giacca di pelle lucida parte a grandi falcate con la sicumera di un fachiro sui carboni ardenti, schiantandosi sull’alt di un uomo in divisa. Luci rosse e sirene inequivocabili svelano la presenza di mezzo metro di smartphone nella tasca destra del peccatore. Un’anziana è ancora lì che vaga tra le paline alla ricerca della retta via, del perdono.

“Si prega le gentili anime di mostrare in ginocchio e a mani giunte i propri liquidi agli addetti al controllo. Qualsiasi forma densa, non conforme alla solidità, sarà antimateria e dovrà essere, quindi, giustificata in presenza di un perito chimico iscritto all’ordine dei controllori di liquidi in modo da scongiurarne eventuali esplosioni peccaminose”.

Intorno bottiglie, boccette e flaconi di plastica ricolme di ogni elemento liquido concepito dall’uomo sulla terra. Un cimitero di contenitori poco prima della linea di demarcazione tra il cielo e la terra. Tutte le anime sono uguali, ma alcune sono più uguali delle altre. Finti San Pietro crescono, ma qui hanno anche la divisa, sono muti e parlano a gesti. Sono pochi ma rappresentano una molitudine.

“Lei è un trasportatore di liquidi, glielo vedo dalla faccia”

“Ma in che senso?”

“Non faccia lo spiritoso, è bolso, gonfio, a una prima occhiata direi almeno 1,5 litri. Le ricordo che non è consentito portare con sé una quantità superiore a 100 ml”

“Sono stato proprio poco fa alla toilette, mi creda, sono pulito…”

“Questo è da vedere, la sua diuresi va verificata. Non possiamo ammettere anime con tali quantità di sostanza liquida. Il suo progetto consiste nel fare esplodere tutto con i suoi umori, ne sono certo. L’ammoniaca è infiammabile, pericolosa, disastosa. Lei vuole costruire una bomba trasportando sostanze illegali senza dichiararle. Confessi!”

“Glielo giuro, vostro onore, sono disidratato, puro! Chiedo la redenzione, come in terra, così in cielo”.

Superati i controllori di liquidi e gli spioni. I dannati proseguono il loro cammino a passo svelto in un infernale slalom tra propinatori di Camogli e Rustichella. Diavoli tentatori facili da superare per la scarsa qualità della merce al prezzo di un prosciutto San Daniele. Ma qui i santi, si sa, non sono ammessi. Dopo il girone duty free per i tabagisti, le anime vagano in attesa della collocazione con lo sguardo perso nel vuoto o immobilizzati davanti a enormi schermi blu. Un numero si illumina e conduce tutti verso i cancelli per l’estasi o l’oblìo. Ma è qui che il percorso di alcuni viene brutalmente interrotto. Il paesaggio è scarno, lunare, nessuna possibilità di sedersi comodamente. Solo una fila a serpentina interminabile. I misuratori di valigie sono in uniforme, spesso arancione, ma i più sono blu e gialli. Non hanno sesso, non hanno età, non hanno humour. In tale girone non sono ammesse eccezioni, la sala è costellata di strutture tubolari destinate al controllo delle dimensioni. Luciferini e cinici, due misuratori, incrociano le braccia in attesa del verdetto. Ai loro piedi un ragazzo chino, in ginocchio, quasi sdraiato, rubicondo in viso, in un’esplosione di sudore, cerca di incastrare il bagaglio di una vita ricolma di peccati nell’apposito vano tubolare. L’ingenuo peccatore aveva sottostimato l’ingombro della sua personalità. Non c’è spazio, qui, per i presuntuosi e pieni di sé.

Pensavate di cavarvela portandovi dietro pensieri e gioie, senza selezionare, e invece adesso vi tocca ridimensionare tutto precipitosamente. Ci hanno sempre detto che le misure non contano. Fatevene una ragione, nella vita le dimensioni contano eccome, non c’è santo che tenga. Sta per arrivare Caronte con la scritta “follow me”… devo andare.

Come in cielo, così in terra

Digerire il Cornettellum

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Benvenuto. Da quando ho letto per la prima volta questa parola, ho immediatamente visto dentro ogni lettera la mia città, Benevento. Il connubio tra i due termini suona come una famiglia, due braccia tese che stringono come un’epifania. È quello che accade qui, tra dolci, biscotti e brioches a lievitazione naturale, in una pasticceria che accoglie con la grazia e la francescana carità di un confessore.

“Lorè, so’ tutte surgelate! Non abbiamo scampo, sono rimasto solo…”

Sì, solo. Mimmo, sarcastico e pungente pasticciere beneventano, mostra un cornetto come uno striscione di protesta che profuma di pane e lo porge su un tovagliolo di carta con decorazione anni ’50, generando la mia commozione e la consapevolezza di trovarmi davanti a un rarità, il Sacro Graal della colazione. Avete capito bene, ho detto “cornetto” e non brioche. Conosco bene i milanesi e so quanto siano legati a tale francesismo, fate tenerezza. La brioche lievita, quello che mangiate nei baracci, da Bovisa a Brera, sono Guttalax di sfoglia.

Mentre dormivo, la scorsa notte, lui cresceva e lievitava. Adesso è qui, davanti a me, bruno, caramellato, lucente, soffice e sincero come Berlinguer: il cornetto dei fratelli Bianchini! Ma non è tutto oro quello che luccica. La battaglia che cerchiamo di vincere è dura, siamo minoranza e dobbiamo procedere senza utopie, là fuori hanno congelato tutto, a cominciare da quelle “Tre Marie”. Ibernate, pallide, austere, monoespressive, ma a colori e in HD. Con la scusa di un’inoppugnabile cristianità, con quell’immagine così celeste, queste tre monache in RGB, depositarie dei sani cibi di una volta… ci prendono in giro a carte scoperte. Posso anche accettare che dopo duemila anni di proselitismi siete ancora qui, ma se volete prendervi i cornetti, dovete prima passare sul mio corpo. Ecco, quindi, pallidi blocchi granitici in buste di plastica, spesso rintanati nei surgelatori a pozzetto dei bar e tavole calde. Inutile che li nascondete, li ho visti! Già immagino, al mattino, l’assonnato barista con martello e scalpello a porzionare questo iceberg di pasta congelata per ignari clienti con gli occhi sul Corriere della Sera e le scosse telluriche intestinali. Le morgue del cornetto sono ovunque. Una rete tentacolare dalla punta di Trapani fino all’ultimo chalet della Valle D’Aosta, eccetto le coraggiose minoranze con le dita costellate di farina. Grandi quanto un pollice, nel forno, come per magia, diventano soffici “brioches” che al solo profumo sarete costretti a cercare note silouette di uomo e donna per la liberazione. Voi baristi ignari o consapevoli complici, state foraggiando il renzismo della pasticceria mentre io, legittimamente a dare il mio dissenso, vengo tacciato di ostruzionismo. Non avete pietà, li proponete ai gusti più improbabili, con quell’integrale al miele che suona davvero come una provocazione, oppure quel frutti di bosco… tutte le volte che qualcuno lo chiede indicandolo col dito, al di là del vetro, provo un senso di profonda pietà e disgusto. È striato di viola, come il veleno e “profuma” di arbre magique. Ognuno ha le sue perversioni, per carità, però manteniamo un contegno. Peraltro sono convinto che l’ingrediente cardine di tali prodigi dell’eugenetica della brioche è qualche prodigioso lassativo sovietico. Purghe totalitariste in salsa democristiana per metterci tutti d’accordo. Volete zittirci e annientarci rinchiudendoci nei bagni? Erano queste le riforme? Pare ovvio abbinarci il caffè, e a quel punto non avrete scampo, hanno vinto loro, e nessuno ne uscirà indenne. Tutti deportati dritti verso la fredda ceramica. Giammai, all’Italicum preferisco l’Imodium. Io e Mimmo ci guardiamo malinconici, lascio cadere le briciole sul bancone e ne osservo le trame a nido d’ape. Quando mi afferra il braccio per esprimere un concetto, significa che è importante e io quella stretta non la dimentico. Volevo solo dirti che non sei solo, Mimmo. Io mi immolo, sono già in trincea, e le vostre riforme al sapore di “Cornettellum” proprio non le digerisco. Avete riposto il Mattarellum e volete ridurci a spettatori con la brina sugli occhi, senza lievito madre e un padre costituente. Orfani in un grande “riformatorio” con l’accento toscano. Esco di scena dalla porta scorrevole senza passare per la toilette, in attesa della “dittatura delle minoranze”, lievitate e sane. Che dire, cari avventori, quando chiedete un caffè in tazza grande, pensate alle Tre Marie e pregate.

Digerire il Cornettellum

Da grande farò lo zio

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Isabel ha un dito sul labbro, riflette, medita, ha la posa del pensatore di Rodin, mi guarda e cerca di capire come chiamarmi. Ha poche ore di vita, la figlia di mio cugino, ed è già stata informata di essere nata sotto il Governo Renzi, mi rendo conto che la notizia può turbare non poco. E pensare che il sottoscritto è venuto alla luce sotto il Governo Spadolini, scoppiando in un pianto liberatorio inconsolabile. Democristiani a parte, ho raggiunto da subito la consapevolezza dell’amaro status da figlio unico, una faccenda molto complicata. Unici e soli, senza fratelli o sorelle con i quali condividere o combattere. Ho maturato una spalla lussata cronica dalle continue pacche da “beato te”. Eh no… gli “unici” sono senza fratelli ma, nostro malgrado, diversamente zii. Una vita in perenne attesa di nipoti che non arriveranno mai. Un lungo percorso fino alla straziante verità: un non-zio è per sempre. In compenso possiamo sempre accontentarci di pro-zio, pro-cugino o, peggio di tutti, acquisito. L’ultimo termine suona un po’ come: “Vabbè se proprio ce lo dovete mettere in famiglia questo soggetto, fate pure… ma per noi rimane un estraneo”. Relegato per sempre a secondo grado, roba di seconda scelta, una sottomarca parentale, la “Ben Cola” degli zii. Il tuo nome viene dimenticato e lascia spazio al “pro”, una specie di appellativo da videogioco per la playstation. Un “pro” che diventa una richiesta di affetto, un bisogno di comprensione e qualcuno che patteggi per te. Peraltro ho scoperto su Wikipedia che esiste anche la condizione da pro-pro-pro-pro-prozio, un contratto a progetto, una sorta di balbuzie parentale, un accanimento semantico, la cattiveria umana, l’oblìo. Fine pena mai. E poi le mitiche domande di Yahoo Answer: “Il figlio di un mio cugino per me cos’è???” – un grido di aiuto di qualche mio simile chiuso nel suo dolore – . E giù con le risposte intrise di astio: “… è un nipote di secondo grado… è un cugino di secondo grado… è un parente… è un cugino bis!!!”

La nostra è una specie diversa ancora in fase di studio, una sorta di ibrido “ziabile” o “cuginabile” ma in una fase tremendamente involutiva. Nessuno ha ancora trovato una soluzione né tantomeno ne ha voglia. Intanto, da qualche parte del mondo, c’è un “pro” che soffre, in un angolo buio di una vecchia casa di campagna, alimentato a muschi e licheni, in attesa della redenzione. Ma ecco il tipico excursus, perché in fondo ognuno di noi ha uno zio da raccontare…

4 anni: “Mamma, ma quando viene quello pelato che fa le foto travestito da zio?”

8 anni: “Allora bambini, oggi parlatemi del vostro zio preferito!”

“Maestra, io uno zio non ce l’ho, ho un tale che ogni tanto viene a trovarmi ma non è proprio di famiglia. Posso parlare della mia adorata zia?”

13 anni: Iniziano i primi racconti tra amiche.

“In pratica ci sta mio zio, quello matto, che un giorno ha mangiato 6 kg di radicchio trevigiano…” – “Lo sai che mio zio, quello fuori di testa, vive in Papua Nuova Guinea e adesso caccia lucci per la comunità indigena…” – “Ho uno zio che ha scritto 6 libri con alluce e primo dito del piede…” – “Sai che ha appena chiamato mio zio per il compleanno, era chiuso in una botte di falanghina, ma dice che sta bene”.

E tu, Isabel?

“Ci sarebbe un cugino di mio papà, ma non è zio, è mezzo parente, mezzo matto. Ma sapete che mia zia, la sorella di papà…”

18 anni: “Voglio brindare a tutti i componenti della mia famiglia in questo giorno così importante!

“Auguriii nipote mia!”

Le amiche si danno di gomito e indicano un uomo… “Quello è il signore che diceva Isabel, quello pelato che fa finta di essere zio, invece è un impostore, figurati, è il cugino del padre…”

25 anni: “…e quindi possiamo affermare che i progressi della ricerca in campo medico scientifico potranno sconvolgere il nostro stile di vita, pertanto, la mia tesi è un grido di speranza!”. Applauso della commissione. Bacio accademico.

“Complimenti, è sua figlia?” – “Eh, no, è mia nipote” – “Ahh, la figlia di suo fratello?” – “Eh no, io non ho fratelli…” – “Sua sorella?” – “Mhh, sono figlio unico…” – “Ah, un’infanzia da viziato! Vabbè, sarà felice la ragazza che anche i lontani parenti vengano qui per la sua laurea”.

33 anni: “E quindi vi dichiaro marito e moglie…”

Il suocero di lei si avvicina… “Piacere, lei dovrebbe essere il signor Lorenzo, giusto? Isabel mi ha parlato molto di lei, le vuole bene come uno di famiglia”.

In barba al futuro e Saturno contro, lotterò a denti stretti, perché Isabel è mia nipote, o meglio è una nipote “pro”, nel senso di professional, lei è il top delle nipoti e io come zio, modestamente, lo nacqui! Benvenuta in questo mondo, piccola donna, mangia tante verdure, anche la maleodorante verza, la apprezzerai con il tempo. Se dovesse arrivare un fratellino in futuro, sempre sotto il cavolo verza, ricordati che accanto c’è anche un bigliettino col tuo nome con su scritto “zia”. Per quanto riguarda Renzi… andrà via, non preoccuparti!

(L’ultima volta che ho detto questa frase avevo i capelli ed era il 1994). Ad maiora.

Da grande farò lo zio

Il gesto dell’ombrello cinese

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Per diventare cinesi ci si mette un attimo, basta tenere due indici sul bordo degli occhi, tirare ai lati con forza, e ovviamente mugugnare come un demente per qualche secondo. Ma in Via Paolo Sarpi, a Milano, lo sanno e ridono di noi. Ho sempre amato la sintesi estrema del simbolismo, Munari mise su carta una raccolta di gesti nel suo “Supplemento al dizionario italiano”. Un libro nel quale censiva la pazzia, la rabbia, l’omertà, la mancanza di volontà, le minacce, con mani in alto, dita sulla bocca, sul naso e sotto il mento. Una sera mi viene la brillante idea di mangiare Sushi giapponese, ovviamente dai cinesi. È un must ineguagliabile, il massimo dell’esotico, poi fa nulla se questi bocconi di colla vinilica con flaccidi brandelli di pesce non piacciono praticamente a nessuno, fa bene alla psiche e quindi vanno mangiati per sentirsi parte di una comunità, quella milanese. In preda ad attacchi di precisione maniacale, come fossi un Carlo Verdone qualunque, cerco il locale su Google Maps e scopro, dopo qualche chilometro a piedi, che l’indirizzo è sbagliato. La Cina non è vicina, è praticamente dall’altro lato rispetto alla realtà. Appena varcata la soglia, faccio subito notare al ragazzo dietro la cassa dell’errore in questione. Da quel momento iniziano i primi vani tentativi di spiegazione, tra pochi soggetti e verbi all’infinito. Il fallimento è praticamente empirico e tragicomico. Ma il sipario si apre, entro in scena saltellando e agitando le mani verso il basso in una sorta di riscaldamento corporeo, mentre un caro amico mi massaggia le spalle e con qualche pacca in più, mi carica e mi dà forza. L’uomo non capisce praticamente nulla di italiano, allora mi attivo con indici, pollici, mani aperte a indicare luoghi, direzioni, fogli di carta, acquari e dragoni placcati in oro, finendo in un vortice simile a quelle rotatorie zona Carugate dove c’è più fila per l’Ikea che per l’A1. Scrivo su un block notes ma non è abbastanza, il tipo vuole sapere con precisione cosa accade: cos’è Google Maps? Non ci sono parole, solo gesti. Siamo praticamente nei guai, non rimane che osare, sfoggiando le capacità innate che le mie origini campane hanno marchiato a fuoco su di me, finalmente posso dare vita all’imprinting. Darwin sarebbe stato orgoglioso di me.

Un dito roteante verso l’alto, a indicare la sala del ristorante, ipnotizza lo sguardo dell’asiatico. Il movimento è circolare e flemmatico come una pala eolica. Quindi rallento il movimento fino a far cadere il dito a martello sul mio cellulare, come se quell’oggetto luminoso potesse contenere l’intero locale, battendolo più volte come a ribadirne il concetto – pausa di una frazione di secondo per dare tempo al pubblico di incamerare il concetto – e poi il gran finale: un pollice e indice a formare una sorta di pistola immaginaria, ondulante sul piano orizzontale, a destra e sinistra, per manifestare il nulla, l’assenza. Avrei potuto stringermi entrambi i palmi per congratularmi di tale prodigio della sintesi. A quel punto accade l’inimmaginabile: l’intera Cina capisce, comprende perfettamente la situazione. Il linguaggio che avrei utilizzato in Via dei Tribunali a Napoli, può funzionare anche in un angolo di Shanghai milanese. Il ragazzo prende il suo Iphone e me lo avvicina, ritrovandoci il fuoco, la miccia per l’eldorado. Vuole che gli indichi il problema partendo dal suo collegamento col mondo. È in quell’attimo, in quel momento breve e intenso, che l’essere umano attiva la propria capacità di adattamento ancestrale. Come un uomo di Neanderthal con due pietre focali, mi destreggio tra ideogrammi cinesi sotto note icone da smartphone e raggiungo, a spanne, come una caccia al tesoro, la mappa! In preda a deliranti orgogli da Indiana Jones zona Corso Sempione, illumino il viso del cameriere di un ciano livido destando la sua meraviglia davanti a un forziere ricolmo di diamanti luccicanti. La mappa c’è, ma il suo “Sushi bar” no. Noi miseri umani, non più combattivi per la sopravvivenza, ma votati fedelmente alla ricerca della verità utilizzando la clava 2.0. Le culture si intrecciano in un enorme abbraccio, la Cina e l’Italia si danno il cinque e si stringono la mano dopo un lungo percorso con la scritta “licalcolo” e il raggiungimento del risultato in pochi minuti senza traffico. Esco satollo di cibo e orgoglio, con lo stomaco intriso di riso come un’enorme e inebriante boccetta di Coccoina. A due passi c’è un bar per bere, festeggiare e digerire. Al di là del bancone un altro cinese, ci guardiamo negli occhi per qualche secondo in attesa di chi possa fare per primo la sua mossa. Impaurito dalle precedenti esperienze, aspetto il suo turno per evitare passi falsi. Una mezzanotte di fuoco. Il ragazzo dagli occhi a mandorla, appena ventenne, con un viso acerbo e tranquillo come una pasqua, strofinando un bicchiere con lo straccio nel gesto di asciugarlo a dovere, mi guarda negli occhi e mi domanda: “Cafferino?”. “Una vodka, grazie”.

Il gesto dell’ombrello cinese

Memorie di un italiano medio in salsa Worcester


– “Buongiorno, vorrei delle melanzane”.

– “Eccola qua, imbustata, perfetta, liscia, lucida, come da pubblicità”.

– “Scusi, ma quale pubblicità?”

– “La pubblicità delle melanzane incellophanate singolarmente e scelte con accurate selezioni di eugenetica”.

– “Sì, ma io la voglio brutta, bucata, storta e senza busta, e poi ne vorrei otto…”

– “Mi dispiace, ma noi abbiamo solo melanzane singole incellophanate e selezionate da un esteta manager di ortaggi perfetti e lucidi. Se ne vuole otto bisogna ordinarle con il suo conto bancario”.

– “Ma io le voglio ora, pago in contanti”.

– “Le melanzane sono numerate e hanno un codice personale, ne possiede già uno?”

– “Io voglio fare la parmigiana”.

– “Parmigiana?! Parla del formaggio?”

La parete dei formaggi, in cella frigorifera, è il primo girone per i palati londinesi. Pasta dura, pasta molle, cremosi, liquidi, extra -liquidi. Quindi si stagliano in fila, come guardie della regina, bottiglie di liquami bianchi di dubbia natura per interi scomparti fino allo sfinimento: latte, latte di soia, yogurt, yogurt magro, yogurt grasso, yogurt un po’ grasso ma sostanzialmente in forma, yogurt acido, yogurt affabile, yogurt sincero e l’immancabile yogurt greco, perennemente in crisi. Dopo la banca del seme si procede al reparto ortofrutticolo. Ceste verdi, in plastica, con un assortimento di verdure degno della Polonia in tempi di guerra. Zucchine sotto teca, in memoria dell’ultimo temerario uomo che le ha toccate con mano, mentre in un angolo giace, solitario, un broccolo chiuso in busta e in sé stesso, senza alcun futuro. Nessuno sa chi è, nessuno sa perché si trova lì e nessuno lo porterà con sé perché non saprà mai cosa farne. A lato quattro vaschette da sei contenenti bocce rosse perfettamente sferiche, dalla superficie specchiante ripiene d’acqua: dei gavettoni chiamati “Tomatos” per gioco, per pura ilarità. Poi l’immancabile barbabietola rossa in busta chiusa, affrancata, depositata come una sacca di sangue fresca di giornata donata da un benefattore.

Nel corridoio centrale, in attesa di trovarsi due gemelle mano nella mano in controluce sui biscottini di marzapane, ci sono le patatine in busta. Un “wall” per tutti i gusti, puoi trovarle anche al pepe rosa e sale dell’Himalaya con paprika dolce delle indie, purificate da un santone e marinate nel Gange. Rasentando il muro, come in un poliziesco, a caccia di compratori di verdure, compaiono i sacchetti di pane in cassetta. Dei mini materassi di pasta con semi di girasole, semi di finocchio, semi di zucca, semi-ammuffiti. Si narra che la notte le cassiere dormano in piedi, proprio lì, tuffate in un morbido abbraccio materno, buono come il pane, con tanto di crepitio di plastica ad ogni giravolta. Ma basta svoltare l’angolo per trovarsi il muro del pianto del condimento: boccette di vetro ricolme di dense misture dai colori improbabili, rigorosamente tendenti al marrone. È lì che bisogna fermarsi per un po’, come davanti a un’edicola votiva, lasciando un ex voto, magari una lingua di latta bucherellata, in attesa di ricevere la grazia e risvegliarsi in un supermercato fiabesco. Pareti rivestite di cavolo nero dalle maestose foglie, espositori in pasta frolla, un tappeto di maggiorana e lampadari di cipolle di tropea sotto una pioggia incessante di briciole di pane cafone. All’uscita anziane donne danzanti con sacchetti in equilibrio sulla testa, roteanti come Dervishes. Un’enorme casa di Hansel e Gretel con le porte automatiche, dove la Strega è soltanto un liquore paglierino e natalizio da versare sulla Worcester per annegarla senza pietà. Per tutto il resto c’è il “Meal Deal”: con soli tre pound la cassiera ti gira pure il caffè, americano.

Memorie di un italiano medio in salsa Worcester